Articoli filtrati per data: Febbraio 2019 - UIL Basilicata

È in corso stamattina presso la Sala riunioni della CISL la conferenza stampa organizzata da CGIL,CISL E UIL di Basilicata per presentare un documento di analisi e proposte che le tre confederazioni intendono sottoporre alle compagini politiche candidate a governare la nostra regione.

Riportiamo il testo integrale del documento e in calce il download dello stesso.

 

LE PROPOSTE DAL MONDO DEL LAVORO
PER UNA NUOVA EVOLUZIONE DELLA BASILICATA

CGIL, CISL e UIL di Basilicata intendono sottoporre, alle forze politiche che si candidano a governare questa Regione, un documento in cui si offrono valutazioni e proposte che partono da un osservatorio privilegiato, qual è quello del mondo del lavoro che rappresentiamo.

Crediamo nel primato della politica, cui affidiamo quelle che riteniamo essere le priorità per questo territorio, perché ciò significa per noi occuparsi della Basilicata, ciò significa ridare autorevolezza alle funzioni di governo. La possibile fuoriuscita da una condizione di dipendenza e di crisi strutturale anche per i riflessi delle alterne congiunture richiede più fiducia e scelte politiche efficaci per attivare un nuovo circuito virtuoso, superando una visione rigorista, sostenendo la produzione ed il lavoro ed immettendo la regione nei flussi delle nuove trasformazioni legate alla innovazione ed al capitale sociale. Il documento rappresenta una sintesi ragionata delle tante vertenze, dei tanti presidi e dei tanti tavoli di confronto istituzionali e non che le organizzazioni sindacali hanno promosso.

Le questioni per noi prioritarie sono relative ad un nuovo e più compiuto modello-idea di Regione, più connessa ai processi di modernizzazione ed ai bisogni emergenti di classi, generazioni e territori, nonché ai temi dei vantaggi localizzativi delle imprese, a quello di un rilancio delle infrastrutture fisiche immateriali e della mobilità e così pure degli appalti e della legalità.

Oggi questi temi attengono anche all’autonomia differenziata, di assoluta contingenza, al riordino della sanità regionale, all’istruzione per il rilancio della scuola e del sapere, a Matera 2019. La sfida è di ricostruire il ciclo di vita della programmazione, superando la limitata visione del Dapef per ripristinare la formulazione di un vero Piano di sviluppo regionale a valenza strategica partecipato e condiviso da larghi strati della società lucana.
Occorre mettere a sistema le risorse e le peculiarità ambientali e produttive, valorizzarle attraverso un ordinato e progressivo lavoro di pianificazione e mediante una coerente sequela di interventi di riforma, perseguendo una crescita inclusiva, elevando il tasso di occupazione e favorendo la coesione sociale e territoriale.

Contesto socio- economico e demografico. Le politiche del lavoro e di contrasto delle povertà
Demografia. La Basilicata vive una straordinaria e allarmante crisi demografica. Un calo complessivo per la Basilicata, al 2045 di 89 mila abitanti determinato da riduzioni di 62 mila e 61 mila nelle classi d’età 0-29 e 30-74 anni e da un aumento di circa 34 mila nella classe d’età 75 oltre. La popolazione regionale si attesterebbe intorno ai 485 mila abitanti. Dal dopoguerra ad oggi il Mezzogiorno e la Basilicata hanno sperimentato una forte contrazione del tasso di fecondità passando dagli oltre 3 figli per donna degli anni ‘50 a poco più di uno negli anni 2000 anni in cui le regioni del Centro-Nord hanno sopravanzato quelle meridionali. Ancora più accentuata è stata la flessione in Basilicata: partita da valori superiori a quelli medi meridionali negli anni ’50 nel 2017 il numero medio di figli per donna si attesta all’1,23 nella regione contro l’1,30 del complesso delle regioni meridionali.
Occupazione e sviluppo economico. Sul fronte occupazionale la situazione presenta fortissime criticità legate ad un difetto di visione strategica, ad una mancanza di investimenti nei settori più avanzati e innovativi, a limiti e ritardi di matrice storica, che tengono la regione in un “limbo industriale” e in una mancanza di prospettive a medio- lungo termine.
Il mercato del lavoro regionale presenta forme oscillanti tra limitati incrementi e riduzioni occupazionali. Come nella media del 2017 la Basilicata perde complessivamente circa 4100 occupati, la gran parte femmine (-3400 a fronte dei -800 maschi), scivolando drasticamente verso i livelli occupazionali del 2015, 188mila. A fronte di questo le regioni del Mezzogiorno hanno fatto registrare un aumento di circa 70mila nuovi occupati.
È necessario non dimenticare come, in generale, l’industria al Sud sia storicamente posizionata su settori a basso contenuto tecnologico, il che implica che la rivoluzione digitale in corso determinerà un aumento del divario Nord Sud. In effetti, qualche segnale positivo arriva in coda d’anno nell’industria e nelle costruzioni (+4,7% e +4,6% rispettivamente tra il quarto trimestre 2017 e il quarto 2016), a segnalare l’importanza di politiche a sostegno del settore, di una riqualificazione professionale e di una ricollocazione strategica dei comparti tradizionali nelle opportunità di Industria 4.0, considerato che fino ad oggi le performance positive sull’occupazione hanno riguardato settori dei servizi, con prevalenza del commercio e dei settori turistico-ricettivi che risentono molto spesso di picchi stagionali e di bassa continuità.
L’elemento che continua a mancare è la leva pubblica e la strada da intraprendere è quella di un rilancio degli investimenti pubblici come elemento di sviluppo dei territori, a partire dalla clausola del 34% degli investimenti pubblici che dovrebbero andare al Sud, come da impegni assunti, e dall’uso efficace delle risorse addizionali come il Fondo di Sviluppo e Coesione. La risposta non può che essere la creazione di lavoro, accompagnata da misure di inclusione e contrasto alla povertà.
In Basilicata, tra le prime regioni in Italia, è stato realizzato, grazie a un accordo tra Regione e CGIL CISL UIL, il Reddito Minimo di Inserimento, che utilizzando le risorse del Fondo Carburante, prima distribuite “a pioggia”, ha messo in campo una operazione di redistribuzione della ricchezza, di inclusione lavorativa, di sostegno al reddito, ridando speranza a centinaia di lavoratori espulsi dal ciclo produttivo.
Sul versante del lavoro e della lotta alle povertà occorre intensificare un’azione integrata di politiche sociali in grado di dare una spinta alla domanda interna ancora debole e stagnante attraverso l’applicazione del Reddito di Cittadinanza, da inserire in una più ampia tastiera di politiche attive del lavoro di competenza regionale. È necessario valorizzare i ruoli specifici dell’Agenzia regionale per il lavoro, del sistema formativo e dell’orientamento e del collocamento al lavoro. Nell’insieme occorre energizzare le politiche per l’istruzione in modo da finalizzarle ad una più affinata offerta di profili formativi in rapporto ad una domanda di lavoro che richiede una maggiore specializzazione nell’area delle figure professionali legate all’innovazione.
Le misure di integrazione tra lavoro e sociale in favore di una più efficace ricerca dell’occupazione ed anche di contrasto alla povertà possono trarre beneficio da un rilancio del partenariato tra Regione e parti sociali. Il partenariato deve essere rinforzato con scelte regionali più incisive nel senso di coinvolgere le forze sociali in tutte le fasi che attengono ai programmi di investimento e rilancio della formazione ed occupazione, soprattutto per quando attiene l’utilizzo dei Fondi Strutturali previsti in questi ambiti.

Il rilancio del regionalismo in un quadro unitario del Paese. Autonomia differenziata
Occorre un rilancio dei compiti di governo guida della regione, delineando un modello policentrico in cui la provincia assuma le funzioni di pianificazione di area vasta ed il livello delle unioni dei comuni trovi una compiuta attuazione nella realizzazione di vere e proprie “comunità locali”. Torna la sfida della pianificazione e riorganizzazione funzionale della regione, dei suoi apparati, dell’impiego finalizzato e trasparente delle risorse.
Una impostazione e sollecitazione del nostro sistema di governance regionale per accompagnare in modo finalizzato la realizzazione delle nostre proposte e che assume ancor più pregnanza nell’attuale contesto rispetto a come si svilupperà l’azione di governo sull’autonomia differenziata.
La nostra Costituzione ha prospettato un’autonomia differenziata come opportunità in un paese variegato come il nostro, un’autonomia cioè funzionale a migliorare la qualità della vita dei cittadini, non a creare una cittadinanza di prima classe ed una di terza, non a garantire maggiori risorse alle regioni già ricche del nord, Lombardia e Veneto in testa. L’attuale disegno di autonomia differenziata, accompagnato da un federalismo fiscale che assume ingiusto distogliere risorse fiscali da dove sono state raccolte, spacca e divide il paese, crea ulteriori lesioni ai diritti di cittadinanza e allontana il Mezzogiorno dal resto d’Italia, muove dall’idea di una secessione dei ricchi che tendono a disfarsi della parte debole. Eppure nel corso di questi anni ciò che è stato assunto come dato reale altro non è che una narrazione che ha visto il Sud soccombere, sotto i colpi di minori trasferimenti, nelle pieghe di una spesa storica che condanna oltremodo la nostra sanità, le nostre scuole, i trasporti e la coesione territoriale.
Il tema, infatti, non riguarda solo le diseguaglianze che il potere normativo di singole Regioni può introdurre in ambiti delicatissimi come quelli dell’istruzione e della sanità che dovrebbero essere in ogni caso coperti da una clausola di supremazia della legislazione statale, ma investe la qualità e quantità dei servizi, la selezione e retribuzione del personale, solo per fare qualche esempio. Pensare di realizzare un regionalismo rafforzato in assenza della piena attuazione di alcuni principi sanciti dal Titolo V, in particolare in presenza della carente attuazione dell’art 119 sui Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), concernenti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale attraverso “un fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante”, è assolutamente sbagliato e rischia di essere un vulnus al principio di unità e coesione nazionale cristallizzando le attuali distanze e disuguaglianze.
Ancora oggi alle regioni del Nord va il 74 dei fondi per la scuola, pro-capite circa 90 € contro i 43 € del Sud. Per questo è improponibile lo stesso ricorso al “fabbisogno storico” in luogo della mancata determinazione dei fabbisogni standard a soccorrere le lacune di un disegno di decentramento sbagliato.
CGIL CISL e UIL ritengono che un Sud coeso è una garanzia per l’Italia, un Sud coordinato è garanzia per tutti i suoi territori e per quelle realtà che ad oggi mettono a nudo le debolezze complessive del sistema paese. Siamo per la gran parte un paese di aree interne, con tutte le difficoltà che ciò comporta, che invecchia e che non offre opportunità ai giovani. La Basilicata si situa in questo contesto. Con una forte tendenza alla decrescita della popolazione, con i cali più consistenti tra i giovani e l’aumento degli anziani. Se non si inverte la tendenza nel giro di pochi anni in Basilicata potremmo assistere alla perdita di più di 500 classi. Altrettanta preoccupazione desta il sistema sanitario regionale, laddove gli squilibri in termini di offerta e integrazione delle funzioni assistenziali ospedaliere, territoriali e domiciliari, presentano maggiori criticità nelle aree interne.
La prossima consiliatura dovrà riorganizzare la governance degli enti regionali e sub regionali, dando alla Regione le sole funzioni di programmazione e costruendo enti intermedi sul modello delle aree vaste, per dare efficacia all’azione programmatoria e restituire centralità al territorio. La politica deve creare opportunità, non approfittare del potere decisionale per rafforzare forme di controllo e di gestione.

Serve un Piano di assunzioni affinché si apra una fase di ricambio generazionale e di potenziamento dell’intero sistema dei servizi pubblici in questa regione. Un concorso unico distinto per profili professionali anche per uscire dalla paradossale situazione, tutta lucana, per cui da circa 15 anni non si riesce a bandire un concorso pubblico.

Sanità. Dopo il riordino, la cura
La riforma del sistema sanitario regionale, la legge 2/2017, altro non fa che limitarsi a
definire una modifica della titolarità giuridica dei vari presidi ospedalieri e distrettuali. Una riforma dei contenitori e non dei contenuti.
Il risultato è una “riforma – non riforma”, priva di scelte idonee ad imprimere al nostro sistema sanitario regionale quelle caratteristiche idonee e necessarie a salvaguardare il diritto di salute dei cittadini lucani.
Noi pensiamo che il nuovo progetto di rete ospedaliera e territoriale della Regione debba osservare l’obiettivo di allineare gli indicatori ospedalieri agli standard nazionali di cui al DM 70 ed alle normative collegate, ma dovrebbe anche provocare un reale processo d’innovazione e messa in efficienza del sistema sanitario, ripensando i modelli organizzativi e i percorsi assistenziali, in maniera più coerente con gli effettivi bisogni della popolazione, con le peculiarità del territorio e con l’esigenza d’innalzamento dei livelli di qualità dell’assistenza. Tali modelli devono individuare con chiarezza le funzioni e l’articolazione interna degli ospedali di base nell’ambito dell’accorpamento nell’azienda ospedaliera San Carlo e nell’ASM di Matera. È necessario un riferimento forte alla prevenzione, alla cronicità, all’assistenza post-ricovero, alle patologie a lungo decorso ed alla personalizzazione delle cure, alla riqualificazione dell’assistenza ospedaliera puntando all’appropriatezza dei ricoveri nella fase di acuzie, riabilitazione e lungodegenza.
La riorganizzazione dell’offerta ospedaliera richiede il parallelo progressivo potenziamento delle attività territoriali, attraverso la messa a punto di interventi organici e di sistema da sostanziare con l’avvio concreto dei distretti della salute. Solo partendo dalle necessità e dai bisogni del territorio si potranno poi calare i modelli organizzativi che si basano sull’esistente avendo come faro l’interesse dei pazienti e l’obiettivo di preservare qualità delle prestazioni, equità e universalità di accesso, principi cardine del nostro sistema di welfare.

Matera 2019 ... dopo il 2019
La cultura e il turismo, temi fino a qualche tempo fa sconosciuti al nostro territorio, grazie a Matera 2019 rappresentano una grande opportunità da cogliere in tutta la sua straordinaria potenzialità.
Matera 2019, al di là dei ritardi e delle cose fatte va assunta quale priorità di tutta la regione e dell’intero Mezzogiorno come attrattore della cultura mediterranea in cui mettere a circuito l’intero Sud. Le OO.SS. chiedono la costruzione di un’agenda culturale e turistica che punti a valorizzare la rete di partnership tra settore pubblico, privato e no-profit. In quest’ottica va definitivamente risolta la difficoltà del sistema di trasporti e di mobilità, collegando Matera con le direttrici nazionali e internazionali di comunicazione.
Vanno attivate le opere e i servizi annunciati per determinare uno sviluppo effettivo e duraturo attraverso il rilancio imprenditoriale, artigianale, del terziario e del commercio della provincia di Matera e della Basilicata tutta, optando subito per la costruzione di un distretto culturale avanzato dove la cultura - intesa nell’accezione più ampia che comprende la libertà degli individui, l’innovazione, la creatività, la qualità della vita, oltre che gli aspetti immateriali propri dei paesi caratterizzate dalle economie di tipo post industriale - rappresenti un mezzo per coniugarne lo sviluppo con la dimensione del lavoro. Matera 2019 non è il punto di arrivo ma la stazione di partenza di un percorso che deve portarci verso un nuovo patto di sviluppo diffuso e generativo che coinvolga l’intero territorio regionale, a partire dalle aree di prossimità che gravitano intorno alla città, come la fascia jonica con le sue infrastrutture di ospitalità e la collina materana. Si tratta di favorire un contagio delle buone pratiche sperimentate a Matera per fare della Città dei Sassi una capitale cosmopolita aperta sul futuro ma anche una finestra aperta sullo sviluppo dell’entroterra lucano. Un obiettivo che può essere raggiunto con il rafforzamento della cooperazione istituzionale e il suo allargamento alle parti sociali.
Chiediamo la previsione di un contratto d’area interregionale che abbracci il Comune di Matera e il suo immediato hinterland, l’area del Metapontino insieme alle Murge pugliesi, fino a Taranto e al versante Salentino, con la funzione di collegare Matera al suo territorio, anche nell’ambito di una Zes interregionale, potenziando quei fattori fondamentali per lo sviluppo di Matera e restituendo al territorio più ampie opportunità di sviluppo promananti dalla città e dall’evento del 2019.

Infrastrutture
La Basilicata deve fare oggi i conti con una doppia limitazione. Da un lato il suo storico isolamento, aggravato ancora dall’invecchiamento delle opere a suo tempo concepite ed oggi esigenti interventi profondi e strutturali perché siano adeguate alla nuova transitabilità; dall’altro lato una tendenza alla disgregazione interna che vede la composizione di equilibri nuovi a tutto danno di un equilibrio complessivo della nostra regione, sempre più compressa e disarticolata dalle aree di prossimità più competitive e meglio collegate (il vulture melfese con il foggiano, il materano-bradanico con il barese, il metapontino con il tarantino, il lagonegrese con il salernitano, ecc.). La marginalità di molte aree del territorio lucano è dato dalla distanza da poli urbani e trasportistici importanti, raggiungibili in alcuni casi con tempi di percorrenza su strada superiori alle tre ore. Questo scenario non consente la diffusione degli effetti di “Corridoio” alle aree più interne della regione. All’attuale quadro dell’offerta vanno rapportati i nuovi bisogni di mobilità espressi dal territorio regionale che sono sostanzialmente connessi ai fenomeni migratori e demografici che hanno interessato, ed interessano tutt’ora la popolazione lucana.
Vi è una moltitudine di opere pubbliche bloccate o che si trascinano lentamente verso un approdo che appare sempre sfuggente, in particolare nel settore delle infrastrutture di trasporto in cui la Basilicata conta un non invidiabile primato di arretratezza. In particolare sono da concentrare gli sforzi per il raddoppio della SS658 Potenza-Melfi per raggiungere lo stabilimento Fca e l’area industriale di Melfi e per costruire la trasversale nazionale per far uscire dall’isolamento la regione; sull’adeguamento e messa in sicurezza della SS407 Basentana; l’ammodernamento strutturale e tecnologico delle linee ferroviarie Metaponto-Potenza-Salerno e Potenza-Foggia prevedendo, per il primo, il superamento degli attuali tracciati con pendenze superiori al 20x1000. Il nostro interesse è legato anche alle migliaia di posti di lavoro che si possono realizzare nei cantieri di queste e altre opere pubbliche, tra cui il completamento dello schema idrico Basento-Bradano per assicurare l’approvvigionamento irriguo.
Chiediamo alla prossima consiliatura regionale di prestare ascolto alle necessità e ai bisogni del territorio, capire dove, come, perché e quando decide di mettersi in movimento, per assecondare e agevolare lo spostamento, per agevolare il suo ruolo di area di transito e cerniera, per influenzare le nuove rotte del progresso e del cambiamento. Nei prossimi 10-20 anni l’indotto del barile petrolifero genererà 10-12 miliardi di euro, comprensivi dell’introito dell’Ires ottenuto con la negoziazione sullo Sblocca Italia, che possono a loro volta alimentare un grande piano infrastrutturale in grado di cacciare dall’isolamento la Basilicata.
Vi è poi un tema legato alla realizzazione delle infrastrutture digitali e alla promozione della cultura digitale. Va riaperto il confronto su Agenda Digitale. Partendo da un “punto zero”, rappresentato dallo stato di fatto frammentato, diviso tra servizi e gestione diretta ed attività affidata all’esterno e così procedere per steps successivi fino alla completezza di un quadro programmatico gestionale ottimale fondato sulla omogeneità dell’offerta digitale in mano pubblica. A tal fine il modello che si propone è quello di un’agenzia digitale regionale che internalizzi competenze e strumenti di programmazione, progettazione e di intervento in materia digitale. In una regione come la Basilicata, il tema della digitalizzazione è determinante per combattere l’isolamento delle aree interne, per lo sviluppo, per il benessere dei cittadini e per l’apertura verso l’esterno del territorio; per questo motivo, va altresì diffusa e promossa la cultura digitale presso i cittadini, le imprese e tutti i soggetti della comunità regionale. La sperimentazione in atto della tecnologia 5G promossa dal MISE (per un investimento di 60 milioni di euro in 4 anni) va resa un’opportunità strutturata, realizzando un vero e proprio hub della tecnologia mobile di ultima generazione.

Un nuovo assetto e maggiore tutela del territorio
La Basilicata è attraversata da tendenze e attività che se da un lato possono apparire come una opportunità, dall’altro, senza adeguata cultura della manutenzione e del controllo, possono diventare una minaccia. L’impegno della prossima consiliatura dovrà vedere la nascita di un sistema di rete tra tutti i protagonisti, attività industriali, istituzioni preposte, centri di ricerca e università, per un grande programma di prevenzione, tutela e promozione dell’ambiente e del territorio sulle linee guida della tutela delle qualità naturalistiche e paesaggistiche, del sostegno all’agricoltura come per una ricucitura degli squilibri attuali, della tutela del patrimonio culturale dei centri storici. Inoltre va prodotto un grande sforzo nella responsabilizzazione degli enti preposti al controllo e monitoraggio, con investimenti e risorse in tutti i principali assi della qualità dell’aria (emissioni in atmosfera di impianti industriali, termovalorizzatori, estrazioni di idrocarburi, ecc.), dell’acqua (inquinamento falde acquifere per estrazioni petrolifere, ciclo rifiuti, attività agricole e zootecniche, ecc.) e del suolo (ciclo rifiuti urbani, industriali, agricoli, caratterizzazione e bonifiche siti industriali dismessi, ecc.).

Legalità e appalti
La materia degli appalti non tocca la legalità solo intesa quale stretta aderenza delle procedure alle norme, ma rappresenta il luogo emblematico in cui rafforzare la legalità significa dare valore e sostegno al lavoro. In Basilicata assistiamo ad un progressivo impoverimento del lavoro, in particolare di quello più povero e precario, che orbita proprio intorno al mondo degli appalti.
Un susseguirsi di gare per nuovi affidamenti o cambi d’appalto che non garantiscono i diritti acquisiti dai lavoratori, sia in termini di orario di lavoro che di retribuzione. Gare al massimo ribasso sulle quali non viene effettuato alcun confronto preventivo con le organizzazioni sindacali, né dall’ente committente né dalla Stazione Unica Appaltante. Per questo non è più rinviabile l’attivazione di un tavolo per la stesura di un protocollo per la qualità e la tutela del lavoro negli appalti che coinvolga la Regione e le Organizzazioni Sindacali più rappresentative.

Un tema spinoso, quello degli appalti in Basilicata, che ha registrato negli ultimi anni un notevole incremento dei contenziosi e dei conflitti, come dimostrano le numerose vertenze nel settore delle pulizie, della vigilanza, delle manutenzioni, etc, nonché i ritardi strutturali nel comparto delle opere pubbliche. Tra i punti qualificanti del protocollo elaborato dovrebbe figurare il diritto delle organizzazioni sindacali di chiedere un confronto di merito, pena gravi sanzioni per la stazione appaltante, su temi come la salute e la sicurezza; il rispetto delle clausole sociali e/o ambientali; il rispetto del Ccnl e degli accordi territoriali; criteri di valutazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa con particolare riguardo al rapporto qualità/prezzo e al rispetto delle clausole sociali (anche per imprese extra UE); uno screening preventivo del bando di gara prima della sua pubblicazione.
In Italia, fatte salve poche dovute eccezioni, non abbiamo una Pubblica Amministrazione con la cultura di un forte senso di appartenenza e di dignità. È questo un tema che assume una valenza particolare per la Basilicata, oggetto di mire, negli ultimi anni, di attenzioni da parte della criminalità di diversa estrazione geografica e che sta sviluppando una sempre più forte capacità di intrecciare rapporti con amministratori pubblici e politici locali, finalizzati ad ottenere agevolazioni e appalti di servizi e lavori pubblici, verso un pieno inserimento nell’economia locale. Bisogna presidiare la legalità nei contesti di crescita economica e territoriale, Matera e l’area della Val d’Agri, rafforzando il ruolo della Stazione Unica Appaltante e intervenendo sulla LR n. 24/2010 che deve diventare norma cogente, affinché, anche alla luce delle linee guida ANAC del 13 febbraio 2019, la previsione della cosiddetta clausola sociale non rimanga una mera enunciazione e il diritto al lavoro un lontano ricordo.

Traiettorie di sviluppo e scelte di politica industriale
La Basilicata degli anni 2019-2024 dovrà superare gli storici ritardi e la carenza di infrastrutture, recuperare il differenziale di sviluppo che ancora condanna la gran parte delle aree interne. Va aperta una riflessione su quale possa essere la futura collocazione del nostro paese nella divisione internazionale del lavoro, le sue specializzazioni produttive, in questo contesto va collocata una strategia industriale e produttiva per la Basilicata. Bisogna chiedere una spinta del Governo centrale che punti ad una modificazione della struttura di impresa e della missione produttiva di intere aree e territori della nostra regione, che punti ad insediare dinamiche di rottura e la nascita di nuove imprese, grandi asset industriali e grandi scelte alla stessa stregua di quella che avvenne per la SATA, per provare a portare fuori dalle secche un’area con difficoltà storiche e strutturali occorre individuare vantaggi competitivi e allocativi per grandi asset di impresa, coinvolgendo grandi imprese private e pubbliche presenti nel Sud, a cominciare da Fiat Chrysler, Leonardo, General Electric, Sevel, Barilla, Ferrero, Nestlé, etc.
È necessaria una proposta complessiva di rilancio del comparto automotive che consenta di riposizionare e proiettare il ruolo di FCA nel mercato internazionale, puntando a una più stretta connessione tra la produzione di autoveicoli, i sistemi di mobilità e i processi di ricerca e innovazione volti allo sviluppo di nuovi propulsori a basso impatto ambientale. Il piano di investimenti annunciato non può colmare, a nostro avviso, il gap accumulato da FCA rispetto ai competitor internazionali. Il piano va potenziato per poter tornare alla piena occupazione negli stabilimenti, chiarendo le scelte di FCA rispetto alla produzione di autoveicoli in Italia. Melfi può diventare la piattaforma di tutto il settore nazionale e internazionale della componentistica dell’auto, se solo se ne assume la centralità attraverso chiare politiche di investimento e di ricerca, coinvolgendo Università e CNR.
Le Zes dovranno servire ad attuare una perequazione tra i territori e per destinare vantaggi allocativi per le aziende che investono al Sud e in Basilicata, in cui esse si configurino non semplicemente come un’oasi di riduzione fiscale, ma soprattutto siano capaci di innescare strategie di rete e opere infrastrutturali, collegamenti veloci e copertura dei disagi e degli svantaggi commerciali per le nostre imprese.
Occorre rilanciare in un quadro programmatico le misure di sostegno alle imprese che operano nel mondo di industria 4.0 e che potenziano l’occupazione, in particolare quella giovanile. Occorre incentivare gli strumenti classici del credito d’impresa e quelli nello stile dei recenti avvisi regionali (#Destinazione Giovani, #Destinazione Over35), oltre a misure che concorrono a rafforzare gli effetti localizzativi di nuove iniziative imprenditoriali.
Un’attenzione particolare andrà inoltre dedicata alla cosiddetta filiera del capitale umano nella consapevolezza che istruzione, formazione, università e ricerca sono essenziali per creare un ecosistema in grado di produrre e accompagnare i processi di innovazione. In tal senso, occorre intensificare gli sforzi per rafforzare la rete dell’apprendimento lungo l’intero arco della vita attraverso la creazione di poli di eccellenza educativa in grado di riaggregare scuole, cfp, dipartimenti universitari e di ricerca, imprese e sindacati su filiere educative specifiche come la meccatronica, le energie rinnovabili e la chimica verde.

Petrolio e transizione energetica
Infine il petrolio e l’energia. Nei prossimi 10-20 anni l’indotto del barile petrolifero
genererà 10-12 miliardi di euro, comprensivi dell’introito dell’Ires ottenuto con la negoziazione sullo Sblocca Italia, e verranno generate circa 250 milioni di royalties l’anno, che possono a loro volta alimentare un grande piano infrastrutturale in grado di cacciare dall’isolamento la Basilicata; va, dunque, subito attivata una nuova contrattazione, un tavolo con ministeri interessati, Eni e Confindustria per una migliore finalizzazione: ci vuole l’impegno a realizzare un piano di investimenti infrastrutturali, a creare nuova occupazione in settori diversi dalla mera attività estrattiva.
Il tema è di assumere sulla questione petrolio un ruolo di coprotagonista con lo Stato, di soggetto produttore e per questa via contribuire ad una programmazione moderna di settore in grado generare effettive ricadute in termine di sviluppo locale oltre la ricchezza estratta nel sottosuolo, aprendo con le compagnie e nel quadro nelle politiche energetiche statuali un ferrato confronto per spostare nel contesto locale pezzi e settori diversificati dell’industria di trasformazione energetica.
Va istituito un Fondo di transizione strutturale che accompagni la riconversione e il mantenimento dei livelli occupazionali attraverso un piano di investimenti che tracci la strada della transizione energetica in Basilicata. Il fondo potrà avere anche, con l’alimento di altre risorse provenienti dalle compagnie, la funzione di sostenere iniziative di bonifica e ripristino dei siti interessati al termine delle estrazioni. Un fondo per investimenti di livello regionale che implementi le royalties, l’Ires sulla produzione e i fondi comunitari, destinandoli alle infrastrutture strategiche, alla sostenibilità e dunque ai bisogni delle generazioni future.
L’esperienza ventennale con le estrazioni petrolifere va letta anche sotto il profilo della governance e delle relazioni tra le compagnie petrolifere, le parti sociali e le comunità locali. Le criticità legate alla messa in esercizio del centro olio di Tempa Rossa e il ben noto caso del centro olio di Viggiano impongono una seria riflessione sulla necessità di un rapporto tra compagnie petrolifere e comunità locali fondato sulla trasparenza, sulla partecipazione e sulla responsabilità. In questo senso va sviluppata e articolata l’idea di istituire organismi partecipativi permanenti in cui possano trovare ascolto le istanze di tutti gli stakeholder coinvolti nelle aree interessate dalle estrazioni petrolifere e che funga anche da luogo di co-progettazione economica e sociale.
In più occasioni abbiamo ribadito l’urgenza di un modello di governance più democratico in cui le molteplici espressioni delle comunità e degli interessi legittimi possano trovare adeguata rappresentanza e soddisfazione dentro un quadro di regole certe. L’attuale modello, imperniato sul negoziato pressoché esclusivo tra compagnie petrolifere e Regione, tutt’al più allargato ai sindaci dei comprensori immediatamente interessati, ha dimostrato in oltre vent’anni di sperimentazione in Val d’Agri carenze evidenti, come dimostra la crescente e giustificata opposizione delle popolazioni locali alle estrazioni petrolifere dinanzi alla condotta omissiva e opaca delle compagnie.

 «Gran parte del progresso sta nella volontà di progredire»

Lucio Anneo Seneca

Il segretario Generale della UIL di Basilicata, su La Repubblica, analizza le questioni alla base dello sviluppo in Basilicata.

 Fondo Sovrano: per lo sviluppo le “royalties” del petrolio per creare lavoro e frenare l’emigrazione dei giovani. 

Risorse naturali: boschi e acque le vere opportunità per il turismo.
Infrastrutture: la “ZES” deve diventare la piattaforma logistica del Mediterraneo.

 

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